“The future doesn’t, because time is made of events. Time has to be experienced to be real. Events create time—like seasons, ceremonies. People produce as much time as they need. Long past, vibrant present, and no future.”

Bella, ma pericolosa se la prendiamo alla lettera: il presente va vissuto, sì, però senza parole per il futuro finiamo per non metterlo a budget. Lingua e cultura coevolvono: la cultura conserva, la lingua corre e può trainare. Se non aggiorni il lessico, curi bene il passato (scope e palette per cavalli) e non vedi i problemi nuovi (strade, ferrovie, fumo nero). Servono parole che rendano visibile l’invisibile manutenzione, prevenzione, resilienza, ritorno intergenerazionale—e un lessico pubblico che funzioni da anticorpo: trasparenza, tracciabilità, accountability. In pratica: nominare, raccontare l’invisibile, mettere il futuro al tavolo. La parola è un’infrastruttura: grazie a lei non rubiamo il futuro, lo restituiamo con interessi.

Mi chiedo quanto il linguaggio influisca su cultura, politica, economia. Anzi: cosa viene prima—la lingua o la cultura?

A istinto direi cultura: pensi, poi traduci. Però ogni volta che troviamo le parole giuste, cambia anche il modo in cui pensiamo. Quindi la lingua non è solo il vestito del pensiero: è una leva.

Io la vedo così: la cultura tende a stare ferma, protegge riti e storie. La lingua è irrequieta: cambia, assorbe, inventa metafore. Spesso sono i visionari—quelli che vedono o sentono diverso—ad aprire stanze con parole nuove. Senza questa spinta rischiamo un mondo con tecnologia in corsa e cultura in folle: battaglie combattute con concetti di ieri mentre lavoro, studio, amicizie e amori hanno già cambiato piattaforma e ritmo.

Immagine concreta. Un sindaco distribuisce scope e palette perché la città è piena di escrementi di cavallo. Problema reale, soluzione pratica. Nella città accanto però costruiscono strade e ferrovie. Tu sistemi il marciapiede, loro cambiano il modo di muoversi. Intanto nasce un costo nuovo e invisibile, il fumo delle auto, che capirai tardi. Senza parole nuove rischiamo di curare bene il passato e non vedere il futuro che entra dalla porta di servizio.

C’è una frase che mi ha steso:

“The future doesn’t… Time is made of events… Long past, vibrant present, and no future.”

È poetica, ti dice: stai nel presente. In molte culture funziona così: passato lungo, presente vivo, futuro quasi senza parole. Bellissimo per vivere intensi. Ma se assolutizzi il presente, a chi lo rubi il futuro? A chi viene dopo. (Qui entrano i temi di giustizia tra generazioni: mettere il futuro al tavolo non è un vezzo, è dovere.)

Perché ci sono infrastrutture invisibili che non finiscono nelle foto: manutenzione dei ponti, fognature, archivi digitali, prevenzione sanitaria, alfabetizzazione ai dati, sicurezza informatica. Non le vedi subito; quando mancano, sì. E qui torna la lingua: se non abbiamo parole per manutenzione, prevenzione, resilienza, ritorno intergenerazionale, non le mettiamo a budget. Se non stanno nel linguaggio, non esistono nell’agenda.

Poi c’è la domanda scomoda: se comanda il presente, non diventano più facili le scorciatoie? Non è determinismo su “popoli destinati a fallire”. È consapevolezza culturale. La corruzione attecchisce dove il lessico pubblico non chiede conto. Parole come trasparenza, tracciabilità, open data, benchmark, accountability non sono tecnicismi: sono anticorpi linguistici. Quando entrano nel parlato, alzano l’aspettativa e l’aspettativa crea controllo diffuso. (Non basta una parola per cambiare tutto, ma contano standard, metriche e dati aperti per rendere accountable le decisioni.)

Non è “prima lingua o prima cultura”: co-evolvono. Solo che la lingua si muove più veloce e può trainare. Non cambia il mondo fuori dalla finestra: cambia l’angolo con cui lo guardi. E quando cambia l’angolo, cambiano le scelte: cosa finanziare, cosa rimandare, cosa proteggere.

Esempi chiari (per chi non mastica i tecnicismi)